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I racconti di Numero 10

Il Lago Scomparso

Un racconto di Marina Imparato

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Il Lago scomparso di Marina Imparato

Le montagne tutte intorno erano imbiancate, quel mattino di un inverno caldo, come molti da un po’ di tempo in qua.

L’intera famiglia era partita dalla capitale per incontrare gli amici in Abruzzo; Marco e Francesca, avevano la casa dei nonni paterni nell’altopiano delle rocche, ad un passo dalla natura e dai boschi, e vi si recavano spesso per riossigenarsi.

Quel fine settimana, Giulio e Veronica avevano voglia di rimettere gli sci ai piedi, perdersi nel bosco. E i figli?

L’idea era di lasciarli con i nonni.

Un po’ di capricci un po’ di “voglio venire anch’io”, poi, alla prima palla di neve tirata dal nonno, fu semplice, più di quanto si aspettavano, lasciarli.

Abbandonato lo sci da discesa, dalla prima volta in cui erano caduti pancia in giù e viso nella neve, erano oramai innamorati dello sci da fondo: si perdevano nei percorsi tra gli alberi, nel silenzio del bosco imbiancato, nel crepitio della neve quando si scioglie sui rami e cade goccia a goccia formando minuscoli solchi.

Il loro amico fedele: Babi, li accompagnava segnando le proprie orme sulla neve fresca; era un lagotto riccioluto e marrone con il naso tondo tondo; due occhi blu scuro ed un muso al quale mancava solo la parola.

Quel giorno, il sole gli aveva regalato un cielo talmente terso da riflettere il suo azzurro sulla neve trasformandola in uno specchio splendente. Marco e Francesca, come Giulio e Veronica, finalmente si regalavano una sciata senza figli nella piena tranquillità.

-Marco e Giulio la smettete di correre avanti, aspettateci!

-Tu ci hai visto correre, Babi? Chi corre? È il procedere di noi atleti.

-Si atleti, ma vi siete visti? siete tipi metropolitani voi, non come noi donne dalle mille possibilità e capacità.

-Va bene, rallentiamo, così le donne dalle mille capacità riescono a raggiungerci.

-Mi sa che dobbiamo ritornare…i nonni saranno già stremati

-Giulio, dov’è Babi? Fiuuuu… Babiii.

Con le orecchie penzolanti e un po’ affannato Babi ricompare allegro e bagnato, dietro di lui una lagottina niente male gli tiene il passo.

-È vostro? Sa perché la mia è in calore, speriamo non …

-Ci scusi, in genere non si allontana.

Rimandata la sosta prevista per mangiare un panino, erano ridiscesi giù a valle chiudendo il cerchio del percorso, e riunendosi con nonni e figli lì nel vallone, ogni famiglia aveva raccolto le proprie cose per ripartire.

A sera, Marco e Francesca avevano trascorso una notte al tepore del camino e, crollati di sonno figli e nonni, erano usciti al freddo per rimirar le stelle, incanto negato in città dove le luci le annientano.

Al risveglio sbuffi e lamenti accompagnavano i preparativi per il ritorno, poi, infine, tutti in auto. Mentre proseguivano nella discesa, Francesca mirando il paesaggio si era immaginata l’antico lago del Fucino, e, quale miglior intrattenimento per i bimbi disturbati dal viaggio di ritorno ascoltare la storia di questo immenso lago?

-Bimbi chiudiamo gli occhi, li avete chiusi? Ora immaginiamo un… lago. Apriamoli e guardiamo in giù: -Sì, sì, mamma, è vero, è un lago, un lago, ci andiamo?

-Richiudiamo gli occhi, ora il nonno vi racconta la storia del lago incantato.

-Perché incantato?>

Il nonno colto alla sprovvista raccolse un attimo le idee e incominciò:

-C’era una volta un lago che compariva e scompariva a seconda delle stagioni, delle piogge, degli inverni. Intorno al lago vivevano molte genti, che nonostante il pericolo delle inondazioni si ostinavano ad abitare nelle sue prossimità. Quando il lago per le forti piogge straripava i paesi scomparivano – o come il caso di uno di loro in particolare – diventavano isole; quel paese esiste ancora oggi e si chiama: Ortucchio.

Molti di quei paesi venivano spesso distrutti dalle piene del lago.

-Cosa è una piena nonno?

Una piena è quando c’è tanta acqua che trasborda e finisce sul terreno, accade quando piove troppo o per altri motivi; come l’acqua della piscina per i bimbi: quando ce ne è troppa esce e entra in quei canaletti a bordo piscina, nel lago del fucino però i canaletti non c’erano e, dunque, era un problema. La troppa acqua distruggeva i paesi, per questo chi abitava lì diceva che era una terra stregata da una maga.

-Come si chiamava la maga?

-Angizia, la maga era Angizia.

-Che strano nome!>

-Le genti che vi abitavano credevano che la Dea potesse proteggere la loro terra da qualsiasi sciagura, ed infatti dopo le piene invece di dislocarsi ricostruivano i loro paesi sempre ai confini del lago.

-Perché nonno?

-Perché era lì che avveniva la magia; vicino al lago potevano sia pescare sia coltivare i terreni con alberi da frutto come il melo, il pero, l’olivo; in quel lago c’erano tanti pesci quando la stagione era favorevole: tinche, scardoni, gamberi, falanghe, latterini. I papà si organizzavano in gruppi e andavano a pesca con le loro piccole barche.

-Con le reti nonno?

-Usavano le reti in estate e le fascine, prese da tronchi di albero, in inverno.

-Ma ora è inverno, il lago è ghiacciato, e come facevano a pescare quando era ghiacciato?

-In inverno non pescavano, andavano a caccia, allevavano le mucche, le pecore le capre. I pescatori si vestivano con giacche rosse in estate, e pellicce di pecora in inverno e sempre con un berretto sulla testa per proteggersi o dal sole o dal freddo.

-Nonno ma come scomparivano i paesi?

-Venivano ricoperti dall’acqua del lago, si chiama inondazione:

-Allora morivano tutti!

-E no, e qui sta il bello, ve l’ho detto che era un lago magico: quando l’acqua rientrava i paesani ricostruivano il paese.

-Boh! nonno strano sto lago!

Lorenzo cominciò a sbadigliare, allora il nonno trasse dalla tasca un ramoscello e lo piccò al braccio,

-Ahia!

-Lorenzo è un serpente, attento!

-Nonno il serpente mi ha fatto male! Mi ha punto!

-Il nonno trasse dall’altra tasca un altro legno e disse che era la statuetta della maga Angizia, la avvicinò al braccio dolorante di Lorenzo e uno due tre: Maga Angizia pensaci tu…Ti fa ancora male?

No. Ma mi hai fatto paura. La Maga Angizia allora è venuta a trovarci.

-Eh sì, vedi, non ti fa più male!

-Angizia era la maga dei serpenti, li sapeva domare e utilizzava il loro veleno per guarire le malattie, e poi era stretta amica del Dio Apollo che venerava il serpente più importante di tutti: Pitonius. Gli abitanti del fucino si fidavano solo di lei perché, quando il mostro Pitonius si incolleriva -si arrabbiava- faceva straripare le acque del lago distruggendo tutti i paesi. Ecco perché i Marsi la veneravano, lei sapeva come trattare il serpente degli ofidi: lo lodava, dicendogli che era il Re dei serpenti perché il suo veleno era il più potente di tutti.

-Un mostro?

-Certo, Pitonius; così si chiamava il mostro del lago nella lingua latina, era un serpente marino. Se i Marsi pescatori avessero venerato la Dea, lui si sarebbe celato – si nascondeva- quando invece, per qualche motivo, non mostravano adorazione, ecco che si vendicava inondando tutto. A volte i Marsi ne raccoglievano il veleno, lo miscelavano con altre erbe e ne producevano un unguento salvifico.

-Salvi…ché?

-Salvifico, salvifico: una specie di crema con cui guarivano tante malattie, non c’erano i cerotti o le pasticche come ora.

-Che pizza! A me le creme non piacciono.

-Quell’unguento Lorenzo era fantastico, non provocava effetti collaterali.

-Nonno mi racconti la storia, non voglio sapere dei collaterali.

-Va bene. Insomma, adorando la maga Angizia che era la sorella o la nipote della maga Circe, quella di Ulisse, loro si proteggevano dalle malattie e dalle inondazioni.

-Nonno, io vedo dell’erba, e una pianura, non un lago; allora sei un bugiardo!

-Beh…è perché ora non c’è più: non c’è più il lago, intendo. Con l’arrivo dei Cristiani si è perso il culto pagano della Dea Angizia così il lago ha cominciato ad inondare sempre più spesso i paesi limitrofi, la popolazione era disperata e così il Principe Torlonia proprietario di molte terre intorno al lago decise di prosciugarlo, portando a termine un’impresa già iniziata dall’antico Imperatore Claudio. Al tempo dell’Impero Romano il lago era bello, e fiorenti le piante d’intorno, come vi ho già detto; infatti, molti imperatori avevano costruito le loro ville per le loro vacanze sulle sue sponde.

-Come la casa di Zia?

-Sì, bravo, come la casa di zia sul lago di Bracciano. Si rinfrancavano alla vista del paesaggio, e della gradevole vegetazione; il clima, infatti, non era rigido come ora, era mite perché l’acqua del lago temperava le stagioni più fredde. E poi sapevano anche come divertirsi: organizzando feste e naumachie proprio sul lago.

-Allora perché ora è scomparso?

-Perché questo lago aveva un difetto: non aveva un grande immissario ed un vero emissario: l’acqua entrava ma non sapeva come uscire. Anche gli affluenti erano del tutto scarsi, fu così che l’imperatore Claudio chiamò alcuni dei suoi migliori ingegneri per progettare – non certo il prosciugamento del lago, ma – la costruzione di un emissario che potesse dare sfogo alle acque e crearne una via di uscita. In sostanza, tanti uomini – gli schiavi – furono messi al duro lavoro di bucare la roccia di un monte – il monte Salviano -.

-E, come la trapanavano nonno? mica avevano la ruspa!

-Bravo, no non la avevano, i loro mezzi erano più rudimentali ma certo ingegnosi, e molto efficaci. I pericoli e le fatiche affrontate da chi scavò quella galleria furono immensi, crearono una scanalatura: un Incile;

Un condotto, una strada, da dove far scorrere l’acqua, il lago non lo vediamo più ma l’incile esiste, e funziona ancora per dare acqua alle coltivazioni.

-Nonno, ma se doveva pensarci la Dea Angizia a non far inondare, perché i marsicani chiedevano aiuto ai Romani?

-I Marsicani credevano nel potere sacro del lago – come vi ho detto -, però le piene irregolari li impedivano di pescare e coltivare la terra in modo continuo e costante. Dopoché l’imperatore fece costruire quell’emissario, il lago funzionò molto meglio. Dopo la caduta dell’impero, nessuno se ne curò più, niente manutenzione, abbandonato e screditato: come quando a casa un rubinetto scorre e non si chiama l’idraulico. E così negli anni il lago cambiò tante volte faccia: a volte era secco, altre troppo pieno e paludoso, finché un bel giorno un principe, il Principe Torlonia, grande proprietario terriero, decise di farlo scomparire del tutto. Fu così che Pitonius si trasformò in “annuum”: patata.

-Cosa c’entrano ora le patate, nonno!

-Con il prosciugamento tanto voluto dal Principe e da altri latifondisti, che vedevano nella zona del lago una fonte di ricchezza e di espansione agricola, il lago è divenuto un enorme bacino di coltivazione delle patate.

-Patate? Un lago che produce patate? Anche quelle fritte? Le compriamo?

-Ascoltate la fine del racconto e poi le compriamo.

-Dai nonno, allora?

-Ebbene, se ora guardate in giù non vedete più il lago, ma un enorme bacino agricolo con tante coltivazioni di patate.

-E la Dea Angizia?

-La dea Angizia oramai, è caduta in disgrazia, la ricordano in pochi, solo quelli che amano la storia dell’antica Roma, poverina! Una dea, tanto potente, abile guaritrice, domatrice di serpenti, che si ritrova d’un tratto a domare cosa: PATATE. Incredibile no?